San Giovanni della Croce
All'interno del panorama della mistica cristiana, l'insegnamento di san Giovanni della Croce, occupa un posto di assoluto rilievo. Dalle opere del mistico carmelitano di Fontiveros emerge la figura umile ma ardente d'un innamorato di Dio, di un anima assetata di quella«acqua viva», che sola, è capace di «estinguere le pene» di chi è stato trafitto dal dardo divino, e che «ferito» non trova più riposo, ma vaga per «monti e per rive» in cerca dell'Amato, E' la ricerca di un amore incondizionato che chiede la rinuncia a tutto per ricevere in dono il Tutto. Il nulla della creatura affronta il Tutto di Dio, uscendone felicemente sconfitta, nella dissoluzione d'ogni tensione, in quell'amore eternamente donato all'uomo da un Dio che è Amore. «Mors et vita duello», canta l'inno della liturgia pasquale, dalle ceneri della morte dell'uomo vecchio risorge l'uomo nuovo, spirituale e divinizzato dall'opera della grazia.
Morte e vita, tenebre e luce, notte e giorno sono alcune delle metafore e dei simboli biblici a cui si riferisce, in un intreccio a volte inestricabile, la poesia e la prosa di Giovanni della Croce. Egli sviluppa a partire dalla propria esperienza personale, un itinerario spirituale, indirizzato soprattutto ai religiosi e alle religiose del suo Ordine, affinché in una rigorosa ascesi di rinuncia e purificazione, attiva e passiva, attraverso la «notte oscura», possano giungere fino all'alba radiosa dell'unione con Dio in Cristo, dove la «Fiamma viva d'amore» dello Spirito Santo, trasforma l'amante nell'Amato. Percorso interiore non privo di insidie, in cui l'uomo ha per guida la fede - la sola fiaccola a risplendere nella notte dell'anima - e che richiede un assoluto distacco e una povertà radicale. Giovanni di Yepes fu un teologo, avendo compiuto i suoi studi nella rinomata Università di Salamanca, ma fu soprattutto un maestro di vita interiore, un sapiente direttore spirituale, un mistico che viveva profondamente e quotidianamente quella «scienza d'amore» che si sforzava di comunicare con i suoi scritti e le sue parole. Non però con parole dettate dalla sapienza umana, ma con la sapienza che viene dallo Spirito Santo.
«Uomo celestiale e divino» come lo definì santa Teresa d'Avila, ma anche uomo del suo tempo, in una Spagna cinquecentesca colma di santità come di contraddizioni. I suoi scritti, anche se non intenzionalmente, finiscono per originare un corpus omogeneo, in cui le fasi del cammino spirituale si succedono e vengono colte dal Dottore mistico sotto vari aspetti: psicologico, teologico, sperimentale e mistico. Il suo pensiero è imbevuto di Sacra Scrittura, sono innumerevoli le citazioni bibliche presenti nelle sue opere.
Nella Salita al Monte Carmelo, che con molta probabilità è un opera incompiuta, Giovanni commentando le prime strofe della poesia Noche oscura, sviluppa il tema della tappa ascetica del cammino verso l'unione con Dio, mettendo in evidenza in particolare la prima notte, quella che sperimentano i principianti, la «notte dei sensi». In questa fase iniziale, chi vuole progredire, cerca di purificarsi, evitando i peccati più gravi e esercitandosi nelle virtù. E' la fase del combattimento spirituale, in cui si cerca di vincere i vizi che tengono schiava l'anima mediante i suoi tre nemici: l'io egoistico (la carne), il diavolo e il mondo. I quali premono sempre sulla concupiscenza, strascico del peccato originale, per spingere l'anima attraverso le più sottili tentazioni, fino alla caduta definitiva.
Si parla soprattutto di «purificazione attiva, in quanto Giovanni tratterà della fase passiva della purificazione, in maniera specifica nel libro della Notte oscura, in cui approfondisce la notte dei sensi e quella dello spirito. Nella Salita invece, si limita a darne una definizione generale, descrivendo principalmente la purificazione attiva dei sensi, degli appetiti disordinati e dell'intelletto discorsivo (ragione).
In altri termini, al principio, l'uomo si sforza di rinnegarsi e mortificare i propri sensi interni ed esterni, riordinare le passioni, purificare le potenze interiori: intelletto, memoria e volontà. Il motivo fondamentale per cui l'anima deve purificarsi profondamente, nasce dal fatto che Dio non cade sotto l'apprensione dei sensi e dell'immaginazione, non ha forma né figura, ed è inintellegibile dall'intelletto umano, ragione per cui, le facoltà devono restare vuote e spoglie di tutto, lasciandosi guidare nel cammino solo dalla fede, la quale è «l'unico mezzo proprio e adeguato per l'unione con Dio».
E' necessario dunque che l'anima si inoltri per lo stretto sentiero della fede, lasciando l'intelletto nel buio d'ogni concetto e immagine, privo d'ogni distinzione e determinazione, perché, secondo quanto dice san Giovanni della Croce, Dio si nasconde proprio in queste tenebre.
La contemplazione per Giovanni della Croce, in questa vita terrena resta un atto di fede, benché sublime, e perciò finché non si strappa il velo e l'anima non passa alla gloria, resta una visione oscura e confusa, non chiara e distinta. In altri termini, di visione essenziale di Dio o di visio beatifica se ne può parlare propriamente, solo in riferimento al Paradiso, anche se in questo esilio terreno, si può pregustare un assaggio nell'esperienza della contemplazione mistica e dell'unione d'amore con Dio nella fede, che è una preparazione e un anticamera della vita eterna. Insomma il Dottore mistico, si mantiene saldo e fedele alla distinzione classica di lumen fidei e lumen glorie.
La via che percorre, è notte oscura per l'anima, ma fintanto che essa permane nella vita terrena, lo è anche la meta che intende raggiungere, ovvero Dio. Questo è anche il motivo per cui, altri mistici hanno chiamato l'esperienza della contemplazione con il termine coniato dallo pseudo- Dionigi: teologia mistica. Ciò che le facoltà umane percepiscono come tenebra è in realtà la Luce abbagliante della Divinità.
Nella prosa della Noche oscura, che è il commento alla medesima poesia, san Giovanni della Croce usa la prima strofa per parlare della notte (passiva) del senso, mentre la seconda gli serve per illustrare la notte (passiva) dello spirito. La Noche oscura, rappresenta come la continuazione della dottrina insegnata nella Salita al Monte Carmelo. Nonostante l'impegno dell'anima nel purificarsi da ogni scoria di peccato e da tutte le imperfezioni volontarie, il suo cammino di ascesa verso l'unione con Dio, non è completo finché il Signore non la fa passare attraverso le due notti, quella del senso e quella dello spirito, introducendola mediante la contemplazione infusa, nella via dei proficienti e poi in quella dei perfetti, ossia le fasi della via «illuminativa» e «unitiva» del cammino interiore. Le due notti, sono dette dai teologi e maestri spirituali: «purificazioni passive». Il motivo per cui sono denominate passive, nasce dal fatto che l'anima è soggetto cosciente e accogliente di un azione la cui iniziativa e il cui corso non viene dalla sua capacità o volontà, ma da Dio stesso, il quale interviene direttamente sulle facoltà dell'anima per completare quella purificazione che altrimenti, l'uomo, da solo, non sarebbe in grado di portare a compimento. Questo processo viene compiuto attraverso l'esperienza dell'aridità e delle tenebre della parte sensibile e di quella spirituale, dovute all'azione della contemplazione infusa.
Quindi se nella prima parte del cammino interiore, l'iniziativa di mortificazione e di purgazione era ancora dell'uomo, il quale, sebbene con l'aiuto e il sostegno della grazia, si sforzava di crescere nelle virtù e liberarsi dei vizi, perché si trovava ancora nella condizione di poter operare liberamente con le proprie facoltà naturali, la notte del senso, segna il passaggio ad una altra condizione, che potremmo chiamare mistica, in cui l'iniziativa viene presa dallo Spirito Santo. Con la graduale infusione della luce divina (contemplazione), Dio svuota i sensi interni e esterni e le potenze spirituali: memoria, intelletto e volontà, e le priva degli appoggi naturali, così che la ragione discorsiva non riesce più a procedere come fino a quel momento faceva, venendo progressivamente sospesa e posta nelle tenebre.
Le tenebre dell'intelletto sono dovute: da una parte all'eccesso di Luce divina che investe l'anima e dall'altra all'imperfezione della facoltà intellettiva, incapace di riceverla. L'intensità eccessiva della contemplazione provoca dunque la percezione della tenebra nell'intelletto. In sé e per sé, la contemplazione è infusione di Luce, divina comunicazione, ma, soprattutto all'inizio del cammino mistico, viene recepita come tenebra. Analogamente a ciò che succede, quando in un giorno d'estate si prova a fissare il sole di mezzogiorno. Gli occhi si accecano e finiscono per percepire intorno solo buio.
Le
due notti non hanno la stessa intensità e rigore, infatti la «notte
dello spirito»,
secondo san Giovanni della Croce, è incomparabilmente più dolorosa
di quella del senso, non è sperimentata da tutti allo stesso modo ed
inoltre è poco comune, essendo riservata a coloro che sono alle
soglie dell'unione mistica più elevata, cioè quella trasformante.
Bisogna innanzitutto rilevare che, parlando di «senso», san Giovanni della Croce, non intende soltanto i cinque sensi del corpo e i sensi interiori, ma anche l'intelletto in quanto discorsivo, il quale si appoggia, nel suo processo naturale di conoscenza, ai sensi interni in particolare all'immaginazione. Per poter riconoscere la vera notte dei sensi da quelle che potrebbero risultare come falsificazioni mistiche, o semplicemente, l'effetto di problemi di natura psichica e fisiologica, o della tiepidezza che si sta impadronendo dell'anima, Giovanni della Croce, riprendendo le indicazioni date da Taulero suggerisce tre segni di identificazione:
1) «Il primo si ha quando l'anima come non trova gusto e consolazione nelle cose di Dio, così non la trova in alcuna cosa creata».
2) «Il secondo segno della presenza di questa purificazione è dato dal fatto che l'anima ordinariamente porta la memoria a Dio con sollecitudine e diligenza penosa; vedendosi senza quel gusto nelle cose di Dio, ella pensa di non servire il Signore ma di tornare indietro. Da ciò si conosce che tale disgusto e aridità non procede da fiacchezza e da tiepidezza: è proprio di questa infatti non preoccuparsi molto e non avere sollecitudine interiore per le cose di Dio».
3) «Il terzo segno per conoscere se si tratta della purificazione del senso è il seguente: l'anima non può più meditare ne discorrere appoggiandosi (come in passato) sul senso dell'immaginazione, quantunque dal canto suo vi si affatichi molto. Poiché in questo stato Dio comincia a comunicarsi a lei non più per mezzo del senso, come faceva prima per mezzo del discorso che componeva e divideva le notizie, ma dello spirito puro in cui non si trova successione di ragionamento, dandosi a lei con atto di contemplazione semplice, a cui non possono giungere i sensi né interni né esterni della parte inferiore. Perciò l'immaginativa e la fantasia non possono trovare appoggio in alcuna considerazione e neppure per l'avvenire possono fermare il piede in essa».
Quando l'anima ha fatto il suo ingresso nella contemplazione attraverso la notte dei sensi, «l'impossibilità di discorrere con le potenze» aumenta sempre di più, sebbene, come avverte il Dottore carmelitano, diventa pressoché continua solo per coloro che percorrono la via della contemplazione mistica, e devono giungere all'unione perfetta, mentre per altri capita che la difficoltà a meditare sia come un alternanza di luce e di tenebre, di consolazioni e desolazioni, per usare un espressione utilizzata da sant'Ignazio di Loyola nei suoi «Esercizi spirituali», e questo finché non raggiungono il grado di santità a cui sono chiamati.
Sebbene non tutti i teologi concordino, pare che, in base all'insegnamento di san Giovanni della Croce, la «notte dei sensi» costituisca il passaggio tra la «via purgativa» e quella «illuminativa», ossia tra la tappa dei «principianti» e quella dei «proficienti». Colui che persevera pazientemente in questa purificazione, esce infine dalla notte del senso, fortificato nello spirito e arricchito di virtù, umile, ubbidiente e pieno di carità fraterna.
Ma per le anime chiamate ad un unione intima con Dio molto elevata già da questa vita, la notte del senso è poca cosa, rispetto alla notte dello spirito che devono attraversare per accedere a quella che santa Teresa d'Avila chiama, la «settima dimora», ossia lo stato di matrimonio mistico o unione trasformante.
La notte dello spirito serve a completare la purificazione che è iniziata con quella del senso. Essa raggiunge la radice dello spirito, la parte più profonda della coscienza e dell'essenza, dove hanno origine tutte le operazioni: intellettive, affettive e sensitive.
In effetti, questa notte è proprio come un purgatorio anticipato. Le anime che escono vittoriose dalla notte dello spirito, entrano immediatamente nella settima stanza del Castillo teresiano, dove contraggono il definitivo matrimonio con Dio, e vengono trasformate, ovvero, perfettamente divinizzate dall'azione dello Spirito Santo.
Questo significa che, permanendo in tale stato d'unione trasformante, sopraggiungendo il momento della morte e del trapasso, l'anima entra direttamente in paradiso senza passare per il purgatorio, in quanto è già perfettamente purificata dal fuoco dell'amore divino.
Tra le tante prove e tentazioni che l'anima subisce in questa notte purgativa, forse la più dura è la sensazione di essere abbandonati e rifiutati da Dio. Un esperienza che riecheggia le parole di Gesù in Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Sarebbero innumerevoli le citazioni al riguardo.
Nella vita e negli scritti di tanti santi, se ne trovano descrizioni dettagliate. Solo per citare alcuni nomi: san Paolo della Croce, fondatore dei passionisti, santa Veronica Giuliani, santa Caterina da Siena, santa Maria Maddalena de Pazzi, la beata Angela da Foligno, santa Caterina da Genova, santa Giovanna di Chantal.
Ma
certo tra le più sconvolgenti va annoverata l'esperienza della
«notte della fede» in santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto
santo.
E più recentemente di madre Teresa di Calcutta, da poco elevata
all'onore degli altari.
A questo punto bisogna precisare in che cosa consista l'azione della luce contemplativa. Quando la contemplazione infusa investe l'anima, agisce contemporaneamente in tutte le potenze secondo la loro natura e il loro modo d'operare. Così che l'intelletto viene illuminato dalla luce divina e allo stesso tempo svuotato e purificato, e poiché all'inizio non è ancora adatto a riceverla, l'avvertirà con sofferenza e come tenebra. Ma con il progresso nella contemplazione, l'intelletto andrà sempre più purificandosi, liberandosi da ogni accidente contrario e perciò percepirà sempre più la luce infusa come, soave e dilettevole e come illuminazione più che purgazione. Ugualmente, al principio, nella volontà, la luce contemplativa è avvertita come fuoco purificativo e doloroso, ma con il passar del tempo, quest'azione dello Spirito Santo, viene percepita sempre di più come calore interiore, dolce e soave e infine come, un fuoco ardente d'amore divino che trasforma lo spirito: una «fiamma viva d'amore».
E' attraverso questa sapienza segreta che illumina e innamora l'anima, che essa può pervenire, salendo di grado in grado, fino alla piena unione con Dio. Unione che è innanzitutto opera d'amore, è infatti lo Spirito Santo, che dopo aver purificato e illuminato l'anima con il dono della contemplazione infusa, la conduce alla trasformazione, in cui l'amante viene trasformato nell'Amato.
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