San Salvatore da Horta - I parte
di Michele A. Ziccheddu ofm
Tracciare il
profilo spirituale
di un santo non è impresa semplice e poi il terreno
dell'anima è sacro, tanto che, come Mosé, prima
di calpestarlo
bisognerebbe levarsi i sandali. L'anima è infatti il luogo
in
cui abita il Signore, entrarvi significa porre i piedi nella dimora
della Santa Trinità e non si può fare senza
timore,
rispetto e delicatezza, ben sapendo che la possibilità di
scoprire i segreti intimi che intercorrono tra l'anima e il suo divino
Sposo, sarà sempre infinitamente minore della
realtà
vissuta. San Bonaventura scrivendo del serafico padre Francesco non
aveva la pretesa di saper dire tutto di lui, allo stesso modo, chi come
me non possiede né la santità, né la
cultura
dell'autore dell' "Itinerario
della mente in Dio", può presumere di esaurire la figura di
un
santo come Salvatore da Horta.
Non avendo a disposizione che poche fonti biografiche, mi limiterò quindi ad evidenziarne, il percorso spirituale e le caratteristiche fondamentali che posso arrivare ad intuire. fra Salvatore è ricordato principalmente come taumaturgo, uno dei più grandi della storia della Chiesa, tanto che per numero e straordinarietà di miracoli può essere accostato a Sant'Antonio da Padova, anch'egli frate minore e originario della penisola iberica. Agli occhi della gente una guarigione istantanea da una grave malattia, colpisce più d'una conversione del cuore, e una resurrezione da morte, più di una vita di eroica umiltà e obbedienza. Ma il Signore, che guarda al bene eterno dell'anima, vede le cose diversamente da come normalmente fanno gli uomini. Quando Gesù percorreva le strade polverose della Galilea e della Giudea, molta gente disperata lo seguiva, attendendosi da Lui qualche portento.
Allora come oggi, il sensazionalismo era capace di attirare tante persone. Gesù non rifiutava di intervenire con strepitosi miracoli quando vedeva nel suo interlocutore o in chi lo accompagnava, una vera fede, né tanto meno disprezzava le suppliche di coloro che gli chiedevano la guarigione o la liberazione dal demonio. Il Signore accoglieva tutti senza fare distinzioni di persone. Ma un giorno osservando la folla che lo seguiva, commentò, che il motivo reale per cui così tanta gente gli andava dietro, non era Lui nè la volontà di convertirsi a Dio, bensì il desiderio di poter assistere ad un qualche miracolo. La stessa insana curiosità che mostrò Erode quando, dopo averlo arrestato, gli fu portato Gesù perché lo giudicasse, come pure di quegli inquisitori che per testare la verità delle affermazioni di chi accusava fra Salvatore e la verità della sua santità, chiesero all'umile fraticello di operare due guarigioni davanti i loro occhi.
Anche intorno a Salvatore s'affollavano ogni giorno migliaia di persone, che ricorrevano a lui per le più svariate richieste di grazia, spesso, dopo aver consultato invano la scienza dei dotti dell'epoca. Andavano da lui, animati dalla speranza che quanto meno il Signore, per i meriti del suo servo Salvatore, potesse concedere loro la salute. Gesù stesso aveva promesso e preannunziato, che anche i suoi discepoli futuri avrebbero operato gli stessi suoi prodigi e ne avrebbero fatto anche di più grandi. E veramente, in questo frate, che nel sedicesimo secolo viveva nascosto e sconosciuto nei conventi della Catalogna, pareva realizzarsi questa profezia. Nessuno di quelli che ricorrevano a lui, era rimandato via a mani vuote e senza essere stato accolto benignamente, ma chi non tornava a casa guarito nel corpo, ed erano pochi, andava via con la consapevolezza di aver incontrato Dio in quell'umile figura di francescano e con il cuore colmo della vera pace, non quella degli uomini però, ma quella di Dio. Forse uno su dieci tra coloro che erano stati guariti, come nel noto episodio evangelico, sarebbe tornato a ringraziare, ma a Salvatore questo non importava né poteva essere motivo valido per negare il suo aiuto e la sua intercessione. Ogni lode, ogni onore, ogni gloria e ogni ringraziamento spettavano al Signore e alla sua Santa Madre dalla quale, l'umile frate diceva di ottenere ogni grazia.
Dal momento che la vita del frate spagnolo è intessuta di stupendi miracoli, si potrebbe facilmente cadere nella tentazione di concludere che questo fosse il suo carisma e il suo compito principale, ma io non lo credo e sono certo che neppure lui lo pensasse. Per chi è sinceramente incamminato sulla via della santità, tutto ciò che attira gli sguardi e l'ammirazione verso la propria persona, è considerato un pericolo e quindi, per quanto possibile rifuggito, spesso infatti, viene accompagnato dal vento della vanagloria. Terribile tentazione che combatte, in particolare, coloro che si trovano alquanto avanti nel cammino spirituale. Non fa eccezione nemmeno Salvatore, il quale si piegava ad operare prodigi solo perché costretto dall'obbedienza a Dio e dalla necessità degli uomini, ma non appena gli era possibile si ritirava in quel nascondimento che tanto amava. Non voleva in alcun modo che i miracoli fossero attribuiti a lui, perché così si sarebbe rubato al Signore l'onore e la gloria. E fuggiva rapidamente, perché nessuno potesse avere il tempo di formulare una qualche lode nei suoi confronti, cosa che gli provocava indicibile dolore, poiché, sentiva profondamente il suo nulla e la sua miseria.
Mi pare che nel mondo d'oggi, questa figura di francescano, abbia molto da insegnare. Il nostro è un tempo che i sociologi definiscono, "civiltà dell'immagine" e i filosofi, "società liquida", in cui la propria autostima si misura sulla base del giudizio altrui, in cui è fondamentale non tanto l'essere ma l'apparire, in cui il senso del pudore e della discrezione è stato sopraffatto dall'esibizionismo, dal vantarsi in maniera smodata delle proprie vere o presunte doti, dall'esaltarsi fino all'adorazione idolatrica del proprio io, ciò che viene definito "egolatrìa", il culto dell'uomo. In una situazione come questa, un uomo come Salvatore il quale, benché non fosse privo di vere e reali virtù, non ci teneva affatto a metterle in luce, né tantomeno perdeva tempo a mendicare l'amore e la stima del prossimo, appare davvero come un folle.
In verità, stando al genuino insegnamento evangelico, questa follia si chiama santità ed è la stessa malattia di cui fu affetto il Figlio di Dio e che contagia tutti i suoi veri discepoli. Fra Salvatore come Francesco e come ogni discepolo di Gesù, non seguiva la sapienza del mondo nè le sue regole, ma la Sapienza divina, che conosce come unica legge quella dello Spirito Santo. I santi, si sforzano di adeguarsi in tutto alle ispirazioni dello Spirito e cercano di conformarvisi il più fedelmente possibile. Nel loro operare sono mossi, non da motivi di convenienza umana o da qualcosa di esterno, ma da quel principio interiore che li abita e vivifica, lo Spirito Santo.
Anche Salvatore, spinto dall'istinto interiore dello Spirito, davanti a un ammalato, non poteva quasi rifiutarsi di stendere la mano, toccarlo, fare un segno di croce o semplicemente dire: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Era Colui che abitava nel fondo del suo spirito che lo spingeva a far così. Quando ribadiva, davanti ad un miracolo, di non aver fatto nulla ma che era opera di Dio, il suo non era semplicemente e soltanto un atto di stupenda umiltà, ma attestava una verità di cui egli era pienamente cosciente. Era il Signore che compiva il prodigio attraverso quel semplice segno di croce del suo servo.
Chi è giunto, per grazia, all'unione con Dio, si può affermare che non faccia nulla senza di Lui. Vive infatti, una vera vita matrimoniale con il Signore, tanto che, i maestri spirituali e i mistici chiamano lo stato di santità consumata: matrimonio spirituale. Questi uomini divengono veramente: <<un solo spirito con Dio>> e vivono la loro esistenza come dall'interno di se stessi, a partire da quello che i mistici chiamano "fondo dello spirito", luogo in cui dimora la Santissima Trinità.
Ed è proprio a partire da questa radice che avviene ogni movimento interiore ed esteriore, pensiero, desiderio, azione. Perciò si può affermare che, chi vive da questa profondità, difficilmente riesce ad essere condizionato da qualche avvenimento esteriore.
Non avendo a disposizione che poche fonti biografiche, mi limiterò quindi ad evidenziarne, il percorso spirituale e le caratteristiche fondamentali che posso arrivare ad intuire. fra Salvatore è ricordato principalmente come taumaturgo, uno dei più grandi della storia della Chiesa, tanto che per numero e straordinarietà di miracoli può essere accostato a Sant'Antonio da Padova, anch'egli frate minore e originario della penisola iberica. Agli occhi della gente una guarigione istantanea da una grave malattia, colpisce più d'una conversione del cuore, e una resurrezione da morte, più di una vita di eroica umiltà e obbedienza. Ma il Signore, che guarda al bene eterno dell'anima, vede le cose diversamente da come normalmente fanno gli uomini. Quando Gesù percorreva le strade polverose della Galilea e della Giudea, molta gente disperata lo seguiva, attendendosi da Lui qualche portento.
Allora come oggi, il sensazionalismo era capace di attirare tante persone. Gesù non rifiutava di intervenire con strepitosi miracoli quando vedeva nel suo interlocutore o in chi lo accompagnava, una vera fede, né tanto meno disprezzava le suppliche di coloro che gli chiedevano la guarigione o la liberazione dal demonio. Il Signore accoglieva tutti senza fare distinzioni di persone. Ma un giorno osservando la folla che lo seguiva, commentò, che il motivo reale per cui così tanta gente gli andava dietro, non era Lui nè la volontà di convertirsi a Dio, bensì il desiderio di poter assistere ad un qualche miracolo. La stessa insana curiosità che mostrò Erode quando, dopo averlo arrestato, gli fu portato Gesù perché lo giudicasse, come pure di quegli inquisitori che per testare la verità delle affermazioni di chi accusava fra Salvatore e la verità della sua santità, chiesero all'umile fraticello di operare due guarigioni davanti i loro occhi.
Anche intorno a Salvatore s'affollavano ogni giorno migliaia di persone, che ricorrevano a lui per le più svariate richieste di grazia, spesso, dopo aver consultato invano la scienza dei dotti dell'epoca. Andavano da lui, animati dalla speranza che quanto meno il Signore, per i meriti del suo servo Salvatore, potesse concedere loro la salute. Gesù stesso aveva promesso e preannunziato, che anche i suoi discepoli futuri avrebbero operato gli stessi suoi prodigi e ne avrebbero fatto anche di più grandi. E veramente, in questo frate, che nel sedicesimo secolo viveva nascosto e sconosciuto nei conventi della Catalogna, pareva realizzarsi questa profezia. Nessuno di quelli che ricorrevano a lui, era rimandato via a mani vuote e senza essere stato accolto benignamente, ma chi non tornava a casa guarito nel corpo, ed erano pochi, andava via con la consapevolezza di aver incontrato Dio in quell'umile figura di francescano e con il cuore colmo della vera pace, non quella degli uomini però, ma quella di Dio. Forse uno su dieci tra coloro che erano stati guariti, come nel noto episodio evangelico, sarebbe tornato a ringraziare, ma a Salvatore questo non importava né poteva essere motivo valido per negare il suo aiuto e la sua intercessione. Ogni lode, ogni onore, ogni gloria e ogni ringraziamento spettavano al Signore e alla sua Santa Madre dalla quale, l'umile frate diceva di ottenere ogni grazia.
Dal momento che la vita del frate spagnolo è intessuta di stupendi miracoli, si potrebbe facilmente cadere nella tentazione di concludere che questo fosse il suo carisma e il suo compito principale, ma io non lo credo e sono certo che neppure lui lo pensasse. Per chi è sinceramente incamminato sulla via della santità, tutto ciò che attira gli sguardi e l'ammirazione verso la propria persona, è considerato un pericolo e quindi, per quanto possibile rifuggito, spesso infatti, viene accompagnato dal vento della vanagloria. Terribile tentazione che combatte, in particolare, coloro che si trovano alquanto avanti nel cammino spirituale. Non fa eccezione nemmeno Salvatore, il quale si piegava ad operare prodigi solo perché costretto dall'obbedienza a Dio e dalla necessità degli uomini, ma non appena gli era possibile si ritirava in quel nascondimento che tanto amava. Non voleva in alcun modo che i miracoli fossero attribuiti a lui, perché così si sarebbe rubato al Signore l'onore e la gloria. E fuggiva rapidamente, perché nessuno potesse avere il tempo di formulare una qualche lode nei suoi confronti, cosa che gli provocava indicibile dolore, poiché, sentiva profondamente il suo nulla e la sua miseria.
Mi pare che nel mondo d'oggi, questa figura di francescano, abbia molto da insegnare. Il nostro è un tempo che i sociologi definiscono, "civiltà dell'immagine" e i filosofi, "società liquida", in cui la propria autostima si misura sulla base del giudizio altrui, in cui è fondamentale non tanto l'essere ma l'apparire, in cui il senso del pudore e della discrezione è stato sopraffatto dall'esibizionismo, dal vantarsi in maniera smodata delle proprie vere o presunte doti, dall'esaltarsi fino all'adorazione idolatrica del proprio io, ciò che viene definito "egolatrìa", il culto dell'uomo. In una situazione come questa, un uomo come Salvatore il quale, benché non fosse privo di vere e reali virtù, non ci teneva affatto a metterle in luce, né tantomeno perdeva tempo a mendicare l'amore e la stima del prossimo, appare davvero come un folle.
In verità, stando al genuino insegnamento evangelico, questa follia si chiama santità ed è la stessa malattia di cui fu affetto il Figlio di Dio e che contagia tutti i suoi veri discepoli. Fra Salvatore come Francesco e come ogni discepolo di Gesù, non seguiva la sapienza del mondo nè le sue regole, ma la Sapienza divina, che conosce come unica legge quella dello Spirito Santo. I santi, si sforzano di adeguarsi in tutto alle ispirazioni dello Spirito e cercano di conformarvisi il più fedelmente possibile. Nel loro operare sono mossi, non da motivi di convenienza umana o da qualcosa di esterno, ma da quel principio interiore che li abita e vivifica, lo Spirito Santo.
Anche Salvatore, spinto dall'istinto interiore dello Spirito, davanti a un ammalato, non poteva quasi rifiutarsi di stendere la mano, toccarlo, fare un segno di croce o semplicemente dire: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Era Colui che abitava nel fondo del suo spirito che lo spingeva a far così. Quando ribadiva, davanti ad un miracolo, di non aver fatto nulla ma che era opera di Dio, il suo non era semplicemente e soltanto un atto di stupenda umiltà, ma attestava una verità di cui egli era pienamente cosciente. Era il Signore che compiva il prodigio attraverso quel semplice segno di croce del suo servo.
Chi è giunto, per grazia, all'unione con Dio, si può affermare che non faccia nulla senza di Lui. Vive infatti, una vera vita matrimoniale con il Signore, tanto che, i maestri spirituali e i mistici chiamano lo stato di santità consumata: matrimonio spirituale. Questi uomini divengono veramente: <<un solo spirito con Dio>> e vivono la loro esistenza come dall'interno di se stessi, a partire da quello che i mistici chiamano "fondo dello spirito", luogo in cui dimora la Santissima Trinità.
Ed è proprio a partire da questa radice che avviene ogni movimento interiore ed esteriore, pensiero, desiderio, azione. Perciò si può affermare che, chi vive da questa profondità, difficilmente riesce ad essere condizionato da qualche avvenimento esteriore.

