San Bonaventura da Bagnoregio


                             di Michele  Ziccheddu ofm




-ITINERARIUM MENTIS IN DEUM-

S. Bonaventura nell'«Itinerarium mentis in Deum», interpreta la visione del serafino che sul monte della Verna, imprime i segni della Redenzione nel corpo del poverello d'Assisi, come un simbolo del cammino spirituale di san Francesco.

L'estasi di Francesco d'Assisi alla Verna, quando riceve le stigmate dal serafino-crocifisso al culmine d'un estenuante «notte dello spirito», rappresenta l'emblema d'una scala che conduce l'anima fino all'unione con Dio.

Le sei ali del serafino raffigurano i sei gradini o fasi dell'illuminazione mistica, mediante i quali l'anima sale fino al gaudio e alla pace dei rapimenti estatici della Sapienza.

L'unica via percorribile per giungervi è l'amore al Crocifisso, che trasforma l'amante nell'Amato, come avvenne per san Francesco, a cui quest'amore impresse nella carne i segni della Passione di Gesù.

I sei gradi illuminativi, partono dalle creature e arrivano a Dio, attraverso la porta che è Cristo crocifisso. Ma è soltanto mediante il desiderio, infiammato dalla pratica della preghiera e della meditazione, che si arriva al rapimento estatico della contemplazione, ove la mente si immerge nei raggi della Luce divina.

Il simbolo del serafino alato:

  • Le due ali in basso sono immagine della conoscenza esteriore.

  • Le due ali di mezzo sono immagine della conoscenza interiore.

  • Le due ali in alto sono immagine della conoscenza superiore.


Si ascende a Dio mirando le sue vestigia nel creato, nell'uomo e in Sé medesimo.

L'Itinerarium è suddiviso in sette capitoli: i primi due riguardano la conoscenza esteriore, ossia la conoscenza di Dio per mezzo delle sue orme segnate nell'universo (le creature), e nelle sue orme nel mondo sensibile. I capitoli III e IV invece trattano della conoscenza interiore, cioè la conoscenza di Dio per mezzo dell'anima e la conoscenza di Dio nell'anima. I capitoli V e VI hanno per argomento la conoscenza superiore, vale a dire la conoscenza di Dio per mezzo del suo essere e la conoscenza di Dio nel suo essere Trinità e Bene. L'ultimo capitolo infine descrive l'apice della conoscenza, l'estasi mentale e l'unione mistica con Dio.


Il sommo Bene è sopra di noi, infinitamente superiore ad ogni essere creato. Nessuno raggiunge la beatitudine se non trascende se stesso, ma nessuno può farlo senza la grazia divina e questa è concessa solo a coloro che pregano con fervore. E' proprio nella preghiera e mediante essa che veniamo illuminati per conoscere i gradi con cui si sale a Dio. La preghiera è lo strumento principale della conoscenza, in essa ci viene insegnata la verità, per opera dello Spirito Santo.
Considerando attentamente gli oggetti che stanno fuori di noi, scopriamo l'orma di Dio. Le creature ne sono il
vestigio. Rientrando in noi stessi vediamo che la nostra mente è immagine di Dio. Infine, elevandoci sopra di noi, verso il primo Principio, arriveremo a godere dell'esperienza di Dio.

L'anima ha tre facoltà - dice Bonaventura - la sensibilità, lo spirito e la mente. La prima si rivolge all'esterno, la seconda a se stessa e la terza sopra di sé. Queste tre facoltà ci servono per ascendere a Dio e per amarlo. Inoltre, l'uomo può vedere le cose per mezzo o dentro uno specchio, cioè come un immagine riflessa o come un immagine viva.

Le fasi dell'ascesa sono sei e ne sono metafora e simbolo: i sei giorni della creazione, i gradini del tempio di Salomone, i serafini di Isaia, i giorni in cui Mosè resto nella Nube del monte Sinai.

In corrispondenza a queste fasi vi sono nell'anima sei potenze o facoltà: sensi, immaginazione, ragione, intelletto, intelligenza, sinderesi (o coscienza). L'uomo dunque per giungere a conoscere Dio deve muoversi dall'esterno all'interno, dall'inferiore al superiore, dal temporale all'eterno.

Per Bonaventura, l'uomo fu creato per fruire della pace della contemplazione, ma essendosi fermato a godere dei beni passeggeri, non nella Luce vera, col peccato originale acquisì l'ignoranza nella mente e la concupiscenza nella carne. Così passò dalla luce alle tenebre e dunque, privo della Grazia divina, per lui è impossibile scorgere la vera luce. Soltanto mediante Gesù Cristo, Verbo incarnato, possiamo essere riabilitati. Da qui, la necessità per ascendere a Dio, di evitare il peccato e di utilizzare rettamente le facoltà naturali. Nessuno infatti, giunge alla sapienza senza la Grazia, alla contemplazione senza la meditazione e la preghiera ardente, unita ad una santa vita.

Il mondo sensibile è uno specchio in cui si riflette l'onnipotenza, la sapienza e la bontà del Creatore. In ogni creatura, Dio Uno e Trino, rivela la sua potenza, sapienza e bontà, poiché in esse è presente per potenza, per essenza e per presenza. Il creato rivela gli attributi divini attraverso la sua bellezza e perfezione ed il suo ordine armonico.


Nel secondo capitolo, il Dottore Serafico, spiega come avvenga questa presenza di Dio nelle sue creature. Dio è realmente presente nelle sue creature per essenza, potenza e presenza. Il macrocosmo (mondo) entra nel microcosmo (anima) attraverso i cinque sensi, producendo: l'apprendimento, il piacere e il giudizio. Ma le cose sensibili entrano attraverso i sensi non con la loro sostanza ma con le loro similitudini (specie-immagine) che si formano tra il senso e l'oggetto, dal senso esterno passano all'interno e poi alla facoltà intellettuale apprensiva.


Si distinguono quindi due fasi: 

- Formazione dell'immagine (sensi esterni)

  - Apprensione interna (sensi interni)

Se ciò che viene appreso è conveniente si prova un piacere (è bello, è soave, è buono). Al diletto segue il giudizio, che rende ragione del perché della sensazione piacevole. Il giudizio è l'operazione per cui l'immagine, dopo essere stata estratta, entra nella potenza intellettiva.

Analogamente: Dio Padre, Luce eterna, genera un Immagine uguale e consustanziale a sé (Figlio-Verbo), il quale è perciò ovunque, nel creato e fuori; come l'immagine si unisce alla vista, così il Verbo-Immagine s'unisce alla natura umana, riflettendo in essa la sua immagine e riconducendola all'unione con la fonte che è il Padre.

Se l'immagine sensibile è bella, ne godiamo e ci fa riflettere sul fatto che l'Immagine eterna dev'essere bella in sommo grado e quindi in sommo grado dilettevole. E' Dio dunque la fonte d'ogni bellezza in cui si trova la sorgente d'ogni felicità. Il retto giudizio ci conduce alla conoscenza della Verità eterna, che è una luce risplendente in ogni cosa. 

Nel terzo capitolo dell'opera bonaventuriana, si inizia a entrare in se stessi per scoprire la presenza di Dio e l'anima diviene il campo di ricerca. Dato che in noi, splende l'immagine di Dio, dobbiamo rientrando nell'interiorità dell'anima, passare dall'atrio del Tempio fino al Santo per scorgervi riflessa come in uno specchio, l'immagine di Dio-Trinità.

L'anima è formata da tre potenze: memoria, intelletto e volontà. La memoria: ritiene il passato, capta il presente e prevede il futuro. Ritiene le cose attualmente; riceve l'oggetto dall'esterno e dall'alto; viene illuminata dalla Luce eterna. L'intelletto: percepisce il significato dei termini, delle proposizioni e delle conclusioni, ma ciò non sarebbe possibile se non conoscesse l'Essere in sé e questo non si comprenderebbe se non si conoscessero le sue proprietà: unità, verità, bontà.

Poiché la negazione si conosce in rapporto all'affermazione, l'intelletto non conosce alcun ente creato se non riferendosi all'Essere eterno, in cui sono le ragioni di tutte le cose. Conosce le proposizioni quando sa con certezza che sono vere, ma tale certezza non potrebbe avere se non fosse illuminata da una luce immutabile. Il nostro intelletto -dice il Dottore serafico- conosce nella Luce del Verbo. Comprende le conclusioni quando intuisce che la deduzione è conseguenza logica delle premesse. La volontà: consiglio, giudizio, desiderio. Il consiglio, ricerca se sia meglio questo o quello, ma ciò è possibile solo se nell'anima è impressa la nozione di ottimo e dunque di sommo Bene. Il giudizio, avviene secondo una legge, ma nessuno giudica secondo una legge se non fosse certo che essa è vera. La legge deve quindi essere superiore alla mente umana. Il desiderio, scaturisce quando una cosa attira, attira quando è amata e ciò che si desidera di più è la felicità, la quale si ha col possesso del fine ultimo che è il sommo Bene. Da tutto questo ragionamento Bonaventura fa derivare un analogia: come nella SS Trinità, dal Padre viene generato il Figlio e da essi procede lo Spirito Santo, così nell'anima, dalla memoria nasce l'intelligenza e da essa scaturisce l'amore della volontà. Dice Bonaventura che, a causa di questa analogia, Dio-Trinità si può contemplare nelle tre potenze dell'anima (cfr. il De Trinitate di sant'Agostino).

Nel IV capitolo, il maestro francescano si spinge a dire che, non solo possiamo contemplare Dio riflesso in noi, ma anche vederlo direttamente in noi. L'anima infatti, impelagata nelle cose sensibili, non si sarebbe potuta sollevare alla contemplazione della Verità se Essa, non avesse assunto forma umana in Cristo. Senza la mediazione del Cristo, nessuno può rientrare in se stesso per godervi Dio. Per entrare in Dio dobbiamo passare per la porta che è Cristo crocifisso, e le chiavi per aprire questa porta sono le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. In tal modo l'anima viene purificata, illuminata e perfezionata così da far risplendere l'immagine divina.

Credendo, sperando e amando Gesù Cristo, che è Via (Verbo incarnato), Verità (Verbo increato), Vita (Verbo inspirato), l'anima riacquista i suoi sensi spirituali conformati ormai a quelli di Cristo, al quale è sposata e di cui inizia a godere gli amplessi (cfr. Cantico dei cantici) dell'estasi.

L'anima, una volta ritrovati i suoi sensi interiori, si trova disposta ai rapimenti estatici: con devozione; con ammirazione; con esultanza. Questi sono i tre modi dell'estasi mistica, cioè per eccesso: di devozione, di ammirazione, di gioia, che fanno uscire l'anima fuori di se e la collocano sopra se stessa.

Per arrivare a questo stato, ci viene in soccorso la Sacra Scrittura che opera una purificazione, illuminazione e perfezione dell'anima. Così l'intelletto giunge, illuminato dalla Verità, a godere la soavità dell'unione d'amore con la Sapienza. A quest'altezza conduce l'esercizio delle tre virtù teologali. Dice infatti Bonaventura che, noi contempliamo Dio come in uno specchio:

  • attraverso le cognizioni scientifiche delle potenze naturali razionali;

  • con le stesse potenze ma restaurate ed elevate dalle virtù teologali, sensi spirituali ed estasi, con tutte le operazioni di purificazione, illuminazione, perfezione.

Ricolma di queste illuminazioni, la mente viene inabitata dalla divina Sapienza, per mezzo dell'operazione dello Spirito Santo. Come nessuno può comprendere le cose umane se non con lo spirito umano, così nessuno conosce le cose di Dio se non con lo Spirito di Dio.

Nel V capitolo Bonaventura inizia a trattare della conoscenza superiore, cioè della contemplazione di Dio al di sopra di se stessi. Egli insegna che è possibile contemplare Dio in tre modi: fuori, dentro e sopra di noi. Fuori per le sue orme; dentro per la sua immagine; sopra per il lume dell'eterna Verità impresso nella nostra mente. Colui che arriva al terzo grado, entra nel Santo dei Santi. Questo grado presenta due modi: 1) contemplazione degli attributi dell'essenza di Dio; 2) contemplazione delle proprietà delle tre Persone.

Riguardo al primo caso: l'essere suppone totale assenza di non-essere. Il non-essere si conosce solo in relazione all'essere. L'essere in potenza si percepisce solo partendo dall'essere in atto. Dunque, l'Essere, come atto puro, precede ogni altra nozione.

Il nostro occhio vede le cose che sono illuminate dalla luce, ma non vede la luce che le illumina, così la mente vede gli enti finiti ma non l'essere che è senza genere e determinazioni. Davanti alle cose più chiare la mente umana è come il pipistrello alla luce del sole. Avverte luminoso ciò che è tenebra (esseri sensibili) ed avverte come tenebra la luce eterna dell'Essere divino. Le pare di non vedere nulla, mentre invece quell'oscurità è la massima luce per la nostra mente limitata, come l'occhio che resta accecato davanti alla luce troppo viva. Diceva Aristotele: Colui al quale convengono tutte le perfezioni non può essere che uno solo. Se Dio è l'Essere primo, semplice, eterno e perfetto, non si può pensare che non esista o non sia unico.

Nel VI capitolo Bonaventura spiega come si giunge alla conoscenza della SS. Trinità. Come l'Essere è il principio d'unità in Dio, così il Bene è il fondamento della generazione del Figlio e della processione dello Spirito Santo. Se il Bene diffonde se stesso, il sommo Bene è sommamente diffusivo di sé, ma in maniera consustanziale e ipostatica.

In questo grado di contemplazione, l'illuminazione è perfetta perché vede in Cristo, Figlio, la nostra umanità divinizzata. In Dio vi è coincidentia oppositorum: Egli è Primo e Ultimo, Dio e uomo, Creatore e creatura, il libro scritto dentro (SS. Trinità) e fuori (Verbo incarnato).

Arrivati a questo grado, si gusta il riposo del settimo giorno, la pace e la quiete dell'intelletto immerso nelle tenebre luminose della Luce eterna.

Dopo aver contemplato Dio fuori, dentro e sopra di se, l'anima deve salire al di sopra di ogni conoscenza sensibile e intellegibile. Cristo è la via e la porta, scala e guida per accedere alla nube luminosa.

La contemplazione amorosa di Gesù in croce attua il passaggio del mar Rosso e l'anima riposa nel sepolcro con Lui, sperimentando la morte al mondo e la vita in Dio. «La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Francesco infatti, nel rapimento dell'estasi passò a Dio e divenne modello di vita contemplativa, attraverso cui Dio volle mostrare e invitare gli uomini spirituali al passaggio ai rapimenti dell'estasi. Per far questo è necessario abbandonare tutte le operazioni dell'intelletto e riversare in Dio tutto il nostro amore. Questa sapienza mistica è opera dello Spirito Santo. L'uomo per quanto si affatichi sui libri, non la ottiene se non per premio e unzione alla sua fervida e costante preghiera.

La Santa Trinità è sopra ogni cosa e si nasconde nella caligine luminosa del silenzio. Dunque ci si deve abbandonare fiduciosamente in Colui che sta sopra ogni scienza ed ogni essenza, così superando se stessi, con l'anima purificata, si ascende al raggio super-essenziale delle Tenebre divine. In questa maniera si passa con Cristo da questo mondo al Padre.

Abbiamo visto quale importanza abbia, e che ruolo svolga la preghiera nel processo della conoscenza di Dio, e come la crescita nel cammino ascetico e nell'orazione, sia la via principale da seguire per giungere alle vette della contemplazione, in quell'unione mistica che costituisce il traguardo ultimo da raggiungere. Conoscenza di Dio, che non deve essere intesa semplicemente come, operazione intellettivo-razionale ma bensì come conoscenza d'amore, sapienza mistica. Come ci ricorda la Sacra Scrittura: «L'amore è da Dio, chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore».




                                     
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